FLORES

flores

Alcuni cenni critici:
Per "Flores": Edizioni Gazebo 1994 con disegni di Giovanna Ugolini

Sulla base di alcune corolle già spontaneamente assurte a parola poetica in una vegetazione conscienziale più oscuramente galattica, l'autrice ha dato vita ad una sua serra o, etimologicamente, ad un "florilegio" di grande suggestione e - rispetto alle opere precedenti - di minore inquietudine formale e di maggior spessore ed evidenza con testi che appaiono veri e propri monotipi verbali, ovverosia "opere uniche" affidate alla propria abilità di cesello.
...."Ut pictura poesis", affermò Orazio, ed infatti la sorella di Liliana, Giovanna Ugolini, ha tratteggiato con mano duttile e particolarmente felice nel ricavare ed evocare dal bianco le immagini, i Flores di quest'opera. Scaturiscono dal suo impegno figure sempre diverse, come a segnare il "carattere" di ogni fiore, integrando magistralmente il messaggio del testo letterario: tanto ideo-grafica è la scrittrice, quanto liricamente impostata in un omaggio "al vero" è la pittrice.
Franco Manescalchi dalla "Prefazione"

....La Ugolini ha battuto una linea tutta sua lungo la quale il dato appena iniziale trova il suo inveramento....
Giuliano Manacorda da "I Limoni" 1994

....I fiori sceverati in tutta la loro creazione visiva e speculativa di riporto; con una attenzione da parte della Ugolini a tratti minimale, iper-analitica che dilata l'oggetto a dimensioni metafisiche d'indubbia rapinosità.
Luigi Fontanella su Magazine - New York - 1994

Alcuni testi da" Flores "

Bocche di Leone

Velluto e polparancio, la grandiosa
visione dell'impulso. La macula carminio
sgoccia labbra, la forma è lo stupore
dell' O, l'aprirsi del muto.
Un ingollarsi d'occhi in attesa
della voce, un ripetersi in mutazione
d'emettere silenzi (l'urlo taciuto in ciocche)
la gamma del violaceo
tenersi tutto in gola

Bella di notte (Mirabilis Jalapa)

Il pietrisco s'accende.
Ramifiche spontanee di possesso
splendono rugiadose
in afose stellate
le belle di carminio.
L'ibrido mostrarsi dell'inverso
il circonflesso pudore del pistillo
che riveste i suoi petali.
La luce nel contrarsi del rifiuto
s'illivida.
Conosce il turgido sapore del buio.

Papavero

Un lievito di quattro tocchi
ali sguasciate al nero, flettersi
di soffi d'aliti scarlatti,
la carezza della fragilità.
Sgorgia il colore nel mare
delle dimesse messi arrossate

Oleandro

Le oscure ciocche di sapida ragione
s'aprono rugiadose,
l'estrema capacità d'incanto
trema vis velenosa, la rugosa
venerea sembianza della maga
lame-foglie. Crepita lo stormire
(lo si fugge) si trafigge di gocce
truculente. La stravolta visione
è l'abbraccio dell'ultimo saluto.

Azalea

Calatidi carnose, le vetuste novelle,
l'incandescente albore di papille,
le scintille degli occhi, le mantelle
irridenti, lo sfrangersi della cadenza.
Un sovrapporsi di ripetizioni d'effimero,
un involgere di sviluppi (le conche
s'abbelliscono agli archi) la distesa
è l'indicazione, la prescelta osservanza
di rimestare un Rinascimento.

Mughetto

Il capolino ormeggiato,
l'occhieggiarsi del trillo
la scansione si pigola dirotta
e sgoccia, al minimo lucore
d'un difetto, l'onor di perfezione

Margherita

Miriade la curva groppa,
centro del pensiero.
Una totale assenza d'olfatto,
lo sfatarsi del neo. La brina
lascia scie, la luce s'è rifratta.
Ritratta al sole la faccia,
la rubiconda giostra sfreccia petali.
La regina si regge sulle dita
d'un travaglio di zolle
le ridora, le serra,
le dipinge screziate di solletico

Gelsomino

Evanescente a dileguarsi in nari,
avvitarsi in appigli, riccioli
uncinati seguiti dalle voglie
del minimo sbocciarsi, ridondare
la groppa permanente in sottile
svenimento del buio, solfeggio
di carnosa esuberante.
Si raccolgono a ondate
le soglie dello sforzo,
sfarzo di miniature.