GIOCO D’OMBRE SUL SIPARIO

Gioco d'Ombre

GIOCO D' OMBRE SUL SIPARIO
(ut fabula poesis)

Gierre Grafica – Via Herakleia – Forme della poesia contemporanea.
collana ideata da Ida Travi e Flavio Ermini
a cura di Flavio Ermini – Direzione Anterem
con un disegno di Michele Ranchetti
Postfazione di Gio Ferri

Gioco d'ombre sul sipario

"Scenografie" di un diario poetico e didascalico a più abbagli, in essenze morfologiche, in versi lievi, aforismi trascritti negli icastici testi, fabule individuali, florilegio di assidui e tenui scompigli verbali, traduzioni ambiziose sulla musica, il colore, l'epigrafe sentenziale ed evocativa (ed altro?). Indubbiamente Liliana Ugolini (in questa e in altre sillogi di scrittura della dispersione) espone una immutabile fiducia nel teatro che insegue e da cui è inseguita in ogni sua opera a funzione creativa, iniziando dai titoli che si pronunciano nel frontespizio, e ormai regno della propria soggettività consapevole, trasparente, adottata per misurare le diafane entità delle parole (indubbie anche le prose aggiunte in alcune pagine per ascoltarsi, e sentire una mistica piuttosto unitaria della sua sensibilità allo spettacolo, da cui è assorbita come da un teso graffio). "Che cosa ha dentro il sangue?" s'interroga il lettore con un verso di quell'esemplare poeta in dialetto lucano, che è stato Albino Pierro. C'è nei materiali qui elencati ed editi nella suggestiva collana Eràkleia, ideata da Ida Travi e Flavio Ermini, un corpus di linguaggi corretto da un denso sistema di disseminazioni poetico - sperimentali. E in esso, in modo personale, la poetessa fiorentina si affianca agl'intrecci misti della stessa totalità magmatica degli ospiti, presenti nell'iniziativa particolarmente significante e audace. Ed ecco alcuni casi di ricostruzione delle sue trame linguistico - riflessive, nell'alito di terse miniature a cui si affida l'esplicita vocazione:…I robot se ne vanno / al passo carillon dove non fanno male. / I pupazzi hanno innocenti volti truci / e gli stupori negli occhi. / Bacio la soglia a casa e le assenze / sono fuori, benvenute: ( da "Ritorno", p.13); (Mi domando dalla città / dove vanno a morire gli uccelli./ Su quale manto di terra o di mare / si posano per l'ultima volta. / Solo l'agonia dei fanghi e dei petroli / ci somiglia per l'impotenza del volo): (da "Il bambino", p.17);…La morte / è marionetta metro di suoni / e il nastro di Mobius / l'urlo della risata (p.25); e poi:… Il palco nasconde la buca del suggeritore / e il trucco è più giù / nell'incognita della scoperta (p.28); Solo l'opera /sapeva di divino nella sua diversità (p. 32), e i frammenti continuano come le diverse facoltà del "gioco d'ombre sul sipario" dentro cui è immersa sine fine.
Liliana Ugolini impara, quindi, dalla medesima esattezza, il verbum più trasparente e tensivo, l'enunciazione degli argomenti che divengono nei testi spezzati, alternati a istanze di prosa poetica e rivisitazione dell'io, sciolte e sperse penisolette, sottratte ad altra favola editoriale. L'Autrice presiede alla viva voce della mimesi, alle compiute certezze di ritmo, ai rivestimenti di pensiero, ai propositi e proposte che il lettore (non "addormentato" per parafrasare una speranza sul teatro cara a Ennio Flaiano) ridiventa non esangue compagno di strada e di contiguità. Proprio mentre sceglie come necessità inscindibile un riavvio spontaneo ( tra metafora e immaginazione), una naturalezza sempre meglio riformulata rispetto al suo nominarsi, in risposta anche al senso di vissuto tra le medie luci, sempre sommesso, mai sottomesso, non a visualizzazione astratta, vaga o poco efficace.
Domenico Cara

Liliana Ugolini: Gioco d'ombre sul sipario, pp. 47, Cierre Grafica, Verona, 2010.

alcuni testi:

Tutti i Personaggi all'annuncio si alzarono in piedi. I nani e gli sciancati sembravano seduti e, disobbedienti, furono ignorati. Sul palcoscenico il Clown disse
l'Apologo e l'Antagonista il Prologo. Rosso su rosso il sipario si aprì. Un vuoto grigio attivò l'attesa del Tempo che formava le pietre. Scenografie d'acqua, terra e sabbia si scambiavano i ruoli. In parità i personaggi tornarono seduti, in attesa. Apparve un mimo muto, bianco come nuvola, dinoccolato e stanco con i buchi negli occhi. Raccontava la solita storia, quella che tutti i poeti raccontano, tenendo in mano una palla nera con la quale giocava togliendo personaggi e fili.

Il mimo:

Fugace notte pulsa di bagliori
nell'apparente immenso dello sguardo
che abbraccia la galassia.
Lontano in tempi sto alla meraviglia
delle stelle al centro d'universo
e dall'inimmaginabile infinito
sparisco sovrastato

(quanti passi su pietre assorbiti in silenzio
sono trascorsi e tra spacchi ricordi germogliano
di noi che ritorniamo bendati all'avvenire.
Mia sicurezza è il magma che si muove
delle nostre storie pietra o meteora)

C'era una volta e c'è

L'abbraccio è fino a l'aria degli abissi
oltre vette rovesciate bollenti
in pelle di corolle
smagliate agli occhi d'amore

Il Circo

Il Clown bianco duplicato interviene con grazia ma non c'è.
Intorno in un' apoteosi di perfezione di pochi minuti, le figure incorporee svaniscono in forme come nuvole. Hanno volti coperte da un trucco indistinguibile dalla maschera, condensati alle bocche rosse. La paura e l'esaltazione sono dilatate in espressioni e sostituiscono le parole. Intorno corpi flessuosi, fasciati da costumi raffinati, raggiungono tutti i colori con la gamma in natura. Piccoli ed eccelsi gli uomini volano sui trapezi o appesi a drappi d'ali o in bilico sulle corde. Volteggiano dicendo la certezza matematica d'un calcolo e la caducità e l'imperfezione restano negli occhi stupefatti degli spettatori. Gli oggetti volano lanciati sfruttando la forza centrifuga e ricadono perfetti al centro della gravità. Una figura rossa, morbida e soffice, rotea mostrando un corpo flessibile pronto a cogliere ogni bagliore e la sua bellezza colpisce intrigando l'ombra. I Clown sgargianti salgono come astronauti e combinano guai in sperimentazioni togliendosi stranamente la calotta per respirare. Tre piccole donne-bambine dimostrano nel lancio e nella ripresa d'un rocchetto, la fede nella realizzazione dell'idea che tutto sia possibile insita in ogni alba della gioventù riuscendo a dimostrarlo in una compiutezza di tempi che non tiene conto dell'imprevedibilità. Vola azzurro in pose statiche un corpo, o meglio, l'essenza d'un corpo di uomo che ha già vinto le leggi scoperte dalla scienza mentre una ballerina, diafana, sottolinea in passi di danza che appena toccano il pavimento, la trascendenza dell'anima dell'Arte che aleggia tutt'intorno. Un bagliore terrifico ad un tratto ferma l'esattezza dell'insieme poi, lentamente integrandosi, lascia che l'effetto dirompente si sciolga in uno specchio opaco. Tutto torna di nuovo a muoversi in euforia e leggerezza in un estratto che qui, dura un'ora e mezzo e un niente nell'orologio dell'età della terra.

L'opera svela la psiche
la torbida verità multiforme
e il volto morente del cuscino
è una conchiglia. Il teatro
è la dimensione del colmo
e soffia indicibile. La morte
è marionetta metro di suoni
e il nastro di Mobius
l'urlo della risata.
(Sarei del mondo cittadina
se quel giorno non fossi partita per restare
e avrei incontrato chi non ho conosciuto
né avrei parlato con chi parlo.
Qui cittadina del mondo partita
avrei casa dove non sto
e non sarei chi sono
se quel giorno non fossi partita per restare).

Tutti i personaggi ( Il mimo, C'era una volta e c'è, il Re, il Cavallo, il Ritorno,il Mare,i Fiori, gli Occhi, i Bambini e la Luna,il Bosco, la Scena, i Numeri,il Circo,i Vecchi, la Parola e il Silenzio, i Colori, l'Opera, la Musica, il Soprano) si alzarono di nuovo in piedi. L'Artefice doveva comparire, la regia doveva esserci. In una fumata la voce dalla montagna sparì fra le nevi lasciando gli interpreti a bocca aperta. Il sipario rosso chiuse l'Era e fu di nuovo sera quella sera.

"La terra che contiene i mimi
della globalità e tante altre splendide creature
nell'universo dà luce riflessa.
Così le creature illuminate sappiano questo
e il buio che girando poi avviene"…

…così disse il bianco mimo come una nuvola con i buchi negli occhi mentre al buio toglieva i fili dalla terra nera in attesa della nuova luce che di certo sarebbe arrivata dall'alba dagli occhi d' un bambino…

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Nota critica tratta dalla postfazione di Gio Ferri " La rivelazione e l'attesa"

Il processo creativo di Liliana Ugolini si sviluppa propriamente, in questo "Gioco d'ombre sul Sipario" (ma anche in tutta la sua produzione), fra parola, spazio, interiore gestualità, in questa uscita dall'angolo per farsi Artefice-regista di una rappresentazione della parte nascosta (ombrosa) della vita, propria e nostra, vaticinante in particolare in quell'incipit poeticamente folgorante:

Fugace notte pulsa di bagliori
nell'apparente immenso dello sguardo
che abbraccia la galassia

in cui, con sicurezza profetica, apparente è ciò che appare, e non ciò che può sembrare. L'intera rappresentazione non è attraversata dal dubbio, bensì vive nella naturale certezza delle cose, ancorché non conosciute. Perché la poesia non è ciò che può, forse, apparire bensì ciò che è.

Ma ancora il Mimo s'appresta a rivelare quel germe della sua casa (da una solitudine a una scoperta spaziale):

La casa dove bacio la soglia
mi riconosce amica di presenze…

D'altro canto lo stesso processo è esplicitamente dichiarato nella memoria della propria epifania, in cui l'autrice, o il Mimo (per grazia del Dio? della Poesia?), ritrova se stessa (che cosa mi spinge alla soglia dell'essere me), e la propria voce nell'indicibile:

Memoria e tempo formarono la scena
dove imparo la parte mai imparata.
Sgambetto dal mio filo e il palco si fa scuro.
Di parole ho mente e bocca piena
e non mi serviranno per capire.
L'inchino è riservato a quel Supremo
che il sipario m'apri per la Commedia.

Ed ecco che si rivelano all'annuncio (quando tutti i Personaggi si alzarono in piedi) la nascita e la morte, l'aria e gli abissi, i tempi della vita e della musica e dell'eterno, la partenza dalla casa e il ritorno, la bufera mugghiante e le acque prolifiche, le colpe e le paure, la luce negli occhi dell'innocenza, i misteriosi aromi del bosco, terre e cieli, i profetici numeri cabalistici, l'immobilità dei silenzi e i corpi flessibili, le germinazioni e le geologie, i colori, gli accordi, le splendide universali creature… Quel tutto, biologico e cosmologico, che è colto dalla parola e dal silenzio.

Ma non si tratta di generiche, indistinte dismisure, poiché, in questa rappresentazione la natura stessa e ogni personaggio in essa hanno la loro storia, ogni evento ha la sua particolare apparenza, visibilità, scandita di verso in verso, ora da un flusso di parola, ora da una proposizione di pause fra gli asintattismi, ora da una individuale e collettiva, progressiva, presa di coscienza.

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Maria Pia Moschini per " Gioco d'ombre sul sipario"
Liliana Ugolini e l'emozione in transito…

Si apre come una cosmogonia il tracciato scrittorio di " Gioco d'ombre sul sipario"
(Gierre Grafica).
Il movimento è nel ribollire dei flutti: la " groppa del mare" simile al cavallo di Teodorico, disarciona il cavaliere per invadere il precipizio oscuro.
Il regno delle ombre attende, mentre le sue propaggini si manifestano e turbano le coscienze.
Un teatro, quello di Liliana Ugolini, che piacerebbe al grande regista Ronconi, un'opera densa di macchine e macchinazioni.
Dal tutto in movimento si alzano le voci dei singoli, della stessa autrice a decantare il senso, la precipitazione dell'evento.
Parole distillate come gocce di un filtro catartico, purificatore. Elegie dell'ascesi? O palcoscenico stracolmo, non di comparse, ma di apparizioni, visitazioni, annunciazioni? Grandi pagine bianche in cui lo scritto s'innalza in colonne di fumo germinante e l'occhio costruisce scenografie dove i colori ruotano in caleidoscopiche ottiche. A pag. 33 " Il ritratto" crea una stasi; l'autrice è come se volesse affermare l'Esserci in quanto volontà di scrittura, 33 numero mantrico involontario, ritratto di uno studiolo simile a nicchia, oikos, alveo. I " mimi " della globalità lavorano instancabili nel fluttuare delle coscienze, consapevoli del buio che li attente ma, nello stesso tempo, intenti a costruire un'aspettativa di luce.
Il Bambino, inteso come risveglio, genesi di una rinascita, è il fulcro intorno al quale ruota l'umanità, in un'attesa che è speranza di un capovolgimento più che di un'alternanza luce/buio: si auspica il sorgere di una nuova era. Un' opera simile ad una SACRA RAPPRESENTAZIONE medioevale nella sua austera e pur cromatica rivelazione. Ed è la musica, linguaggio universale, che non assorbe i suoni della natura ma ne crea di nuovi, a sottolineare il percorso, quasi una guida all'ascolto. In vento allora ha una voce cantabile e il tuono è un annuncio di forza inespressa. ………