MARIONETTEEMITI

Marionetteemiti

"Marionetteemiti" edizioni "Esuvia" di Liliana Ugolini con riproduzione di collages di Giovanna Ugolini. Prefazione Stefano Lanuzza

Da tempo pensavo di fare un lavoro sulle Marionette.
Mi sono così mossa fra testi già scritti e completamenti più recenti per costruire un discorso dove la centralità dell’uomo è messa in discussione. Ne è venuto fuori un libretto, Marionetteemiti appunto, dove l’attualità e il Mito si intersecano per dimostrare che il discorso inizia da lontano.

Mia sorella Giovanna, che aveva già fatto i collages che sono stati scelti per il libro, ha contribuito scenograficamente a rafforzarne il pensiero.
Ne riassumo la pièce teatrale che è stata tratta dai testi di Marionetteemiti:

Un rapido percorso sulla condizione umana vuole essere questa rassegna di Marionette che, dopo essersi cercata nei libri, non ha risposte. E’ così Gianduia “che la spunta”, Sandrone il rivoluzionario, Brighella l’intrigante, Colombina che è “testa di sale nel regno delle teste di legno”, Arlecchino che sa o non sa le conclusioni e constata che le parole non reggono ai fatti. Poi il Cavaliere Nero non mostra il suo innumerevole volto, sempre lo stesso, nascosto dalla solita maschera. Giungerà alfine la Marionetta nuda e decapitata a dire la sua impotenza. Dietro di lei ci avvicineremo a Cassandra che dialoga col Silenzio e ancora oggi non è creduta quando avverte del pericolo. E’ il Silenzio che resta “oltre ogni dire”. Andremo poi verso Eros e Thanatos (Amore e Morte) artefici dell ‘Enigma, nell’ Alienazione di un rapporto interrotto e frustrato dalle macchine e passeremo quindi a Narciso (l’innamorato della propria immagine) e l’Acqua che lo riflette. Il dialogo farà loro comprendere che tutto è doppio “cosmogonie del doppio e so chi sono”.

Ritornano le maschere: Rosaura, superficiale piena di contratti, Pulcinella “deflagrato de’ core”, Paladino che trasforma in ventaglio (raffica) i trascorsi forbiti, Capitan Spavento e compagni che infilzano le occasioni tutte buone per far la guerra, la Morte Secca come un’ armata d’ossa.

La Marionetta ha paura del distonico virus e avverte una nota stonata sul violini dell’umanità pur sapendo che esiste l’incapacità del termine. Le Marionette mostreranno i volti delle maschere mentre un buffo clown piangerà una “lacrima gentile”. Il finalino allegro fa inchinare gli attori (autori) e chiude “il cerchio del filo”.

Nel testo si trova anche il dialogo di Filemone e Bauci. Questi rimpiangono la loro semplice vita contadina mentre ora (per premio?) sono Numi tutelari nel tempio freddo per poi divenire alberi. In ogni caso soli, senza compagni (con rimorso di aver procurato la morte degli amici per l’ospitalità data agli Dei) “che scelta, che volere?” mettendo in dubbio l’arbitrio.

Nel testo si incontrano anche Pupazzi, Luoghi, Natura, personaggi come Edipo, Salomé e Didone (tre aspetti dell’Eros) mentre Saffo (la poesia) constata gli avvenimenti. Il filo conduttore è costruito su cinque eserghi di Guido Ceronetti tratti da “In punta di mani” edito da Longo Ravenna.

Il testo si prestava ad essere messo in scena come teatro d’appartamento, itinerante, fuori da ogni istituzione e così Gianni Marrani ne ha curato la regia chiamando a coadiuvarlo Rosanna Gentili.

Dopo dodici repliche a casa mia, lo spettacolo è stato richiesto fuori Firenze ed è stato allestito in appartamenti, giardini, in case di scrittori e artisti. L’abbiamo portato anche in altri luoghi (Teatro di San Salvi, Lyceum, Centro Danza e Movimento) qui a Firenze e al Borgo Medioevale, al Teatro Juvarra di Torino, al Castello di Valanzano a Capulona, per poesia attiva, al Collegio S. Caterina d' Arezzo, all' Università della Calabria etc. fino ad essere oggi alla 32° replica e ancora continuiamo...
Trovo che il discorso sia, per oggi di un' attualità illuminante. Liliana Ugolini

Dalla prefazione di Stefano Lanuzza
La “Poesia scenica” di Liliana Ugolini
E’ nel Teatro, nella crepitante sonorità della voce e nell’intreccio psicofisico dei gesti, che meglio s’esprime la trama lessicale di un libro come Marionetteemiti. Il Neologismo, significante fortemente impressivo, mutua nel suono e il cenno interagisce con la parola: in un concorde gioco di analogie dove il ritmo intona l’immagine e la parola evoca le segrete realtà del mito. Ogni tema muove da un’idea di “scena” dominata dalla ricerca di espressioni inedite, di percezioni e suggestioni tradotte in pure, sorprendenti epifanie. Aperto spazio teatrale, il testo, pluriespressivo e multicolore quanto i costumi, le posture, i soprassalti emotivi – modulatissimi – degli attori che lo interpretano, assume un plastico valore d’uso ai fini della sperimentazione d’una pecularie “poesia scenica”.

Come il sonno della ragione genera paranoici mostri (cfr. Goya, un referente immediato della massa scenografia suggerita dalla scrittura di Liliana Ugolni), “l’anima burattina” – quella governata dal “supremo manipolatore, detto in sanscritto “ Colui che regge tutti i fili” (cfr. Ceronetti), il Grande Marionettista occultatore dei propri fili … e fini – produce i cangianti travestimenti dell’Io: le plurime identità d’una marionetta metamorfica che è tante cose per gli altri e per sè stessa è niente. E’ una prodigiosa recita di creature emblematiche rivitalizzante da un’ alacre mitografia, di cerimonie arcane, di aure umbratili, di gerghi astratti e combinatorie foniche, quella messa in versi dalla Ugolini. L’affollano rapinosamente un’imparruccato Gianduia, maschera piemontese creata nel 1808 dal burattinaio Sales, e il bislacco, avvinazzato Sandrone, rivoluzionario contadino da opera buffa, la figuretta della commedia italiana dell’arte Colombina, garrula e loica, e il pervasivo intrigante Brighella, il trasformistico Arlecchino e l’ingualdrappato Cavaliere Nero, figli della Tristezza saturnina. Compaiono Saffo sublime indolenza, una Top model come una Baccante “deificata” statue – idoli stagliate in metafisiche penombre, un Edipo madido di dolore e Didone, l’appassionata regina di Tiro morta d’amore per Enea. Non mancano la danzante, languida Salomè che pretese da Erode Antipa la testa di Giovanni il Battista, Il biancovestito Pulcinella, gobbo, col naso a becco e mascherato, ciarliero e molesto; la maschera veneziana di Pantalone in zimarra nera, il Paladino in tunica ferrigna e i Capitani – guerrieri Sputaferro, Escabombardon, Fracassa, Matamoros, Rodomonte. Coi pupazzi di una truce Opera dei burattini, un mendicante timido e schivo, un clown patetico e gentile e alfine la Morte secca, schioccante con tutto il proprio scheletro sacrificale …

Malinconia delle magiche, guizzanti marionette, dei ricordi evanescenti, della nostalgia di poveri teatrini parodianti lo scibile mitico del classicismo antico … In questo spazio virtuale e atemporale che ricorda il ceronettiano “Teatro dei Sensibili”, presso cui la sensibilità è prerogativa esclusiva delle marionette “ideofore”, dialogano Filemone e la sua sposa Bauci: parlano della povertà e della loro modesta casa trasformata in tempio dagli Dei, loro che seppero offrire il piu dolce degli asili al sommo Zeus e a suo figlio Ermete, guida dei morti nell’Ade e protettore dei mariuoli. E’ invece sola, fervidamente votata a parlare con una Verità che è Silenzio, la figlia di Priamo e di Ecuba, Cassandra. La profezia è il suo dono maledetto, datole da Apollo innamorato. Cassandra non accettò le profferte del dio e questi si vendicò decretando che nessuno avrebbe creduto alle parole della donna, poi violentata da Aiace nel tempio di Atena, data quale bottino di guerra ad Agamennone e infine, giunta in Grecia, uccisa da Clittennestra. Marionetta di un dio deluso è Cassandra, conoscitrice di tutte le congiure e veleni d’ ogni sorta: Cassandra che dice sempre la verità, qualcosa che, similmente alla libertà, tutti nominano e nessuno vuole veramente. Irrisa da nemmeno l’ascolta, grida non udita e poi si consegna al divino silenzio che, mentre parla “oltre ogni dire” asseconda beffardo i movimenti di noi tutti dispersi sul palcoscenico del mondo: noi che “siamo marionette, ma dobbiamo, disperatamente fingere di non esserlo o come uomini siamo perduti” (cfr. Ceronetti).

Flessibile scrittura di scena in versi per un teatro di poesia “fatto in casa” o girovagante per strada – quel “teatro portatile” che, secondo Artaud, è il teatro libero, scevro d’ogni condizionamento istituzionale -, Marionetteemiti opera di trasformazione alchemica della parola in voce, si fa umile copione nella versatile recitazione degli attori Rosanna Gentili e Gianni Marrani prima di elevarsi a vero e proprio poemetto sulla condizione umana.

Ne consegue, a mo’ di suggello iconografico, un’ideale scenografia, ben rappresentata dalla pittrice Giovanna Ugolini, in otto pannelli collages. Ambigui coboldi, angeli sofferenti, un Einstein sberleffante, polsi sbracciatati e mani e dita di odalisca prestidigitatrici, stemmi e fregi enucleati dai loro contesti originari, ritagli di stampa incartapecoriti e cartigli con corsivi antiquariati, icone spaesate oppure spezzoni della natura violata; con visi umani trepidi, assorti o terrifici …: ecco una mimesi dell’universale entropia che tutti ci aduggia, della confusione dei linguaggi, del “vuoto a perdere” connotante una realtà disgregata e ridotta “spazzatura della storia”.

Locandina dello spettacolo tratto dal testo:

Marionetteemiti

Lo spettacolo è stato recensito su vari quotidiani e riviste letterarie.

…Ho letto i suoi testi senza dubbio interessanti e provocatori pregni di libertà intelligente e di ironia,suggeriti da una forte complessità implosiva emozionale. Letteratura e scienza danzano insieme plurimi registri espressivi con sapienze frequentemente acute.
…Io poi credo che lei sia quasi riuscita a dimostrare-o per lo meno a sottintendere, che noi siamo solo e sempre e ovunque”marionette”!
Cesare Ruffato

Mi ha felicemente sorpreso, in Marionetteemiti,il dono di fondere azione teatrale, giochi linguistici e vertigini speculative in un testo:un testo che vive-rivive dentro le cose. Una bella rivincita dell’invenzione poetica sugli sprechi della macchina teatrale. L’arte vive di queste cose.
Giuseppe Pontiggia

Le sono grato del bel dono di poesia e invenzione fervida e avventurosa di figure, immagini, nomi, visioni. Leggo con molta gioia le sue pagine e sono fra le prime che contemplo e rimedito.
Giorgio Barberi Squarotti

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Cassandra e il silenzio

Cassandra:
Parlai di venefiche congiure,
di calure di piombi e terrapieni,
di moti, di sostanze, d'alieni e di veleni,
l'enigma delle voci (imponenti frastuoni)
e menti del mentire e la veste del fuoco
m'è responso che seppi senza bocca l'irrisione.
Io sola l'ecatombe vidi del baratro do noi

Il silenzio:
Son stabilito piatto e sui conteggi algebrici
mi ruotano pianeti. Sommuovo il tuono
e il fulmine lo ignoro.

Cassandra:
Dal grembo mi nasce viscerale
lo strido che m'aggiunge
ai gridi che qui sento.
E s'alza quel dito sui bottoni.
Lo avverto alle calcagna dei titoli,
dall'entrapieno del sogno,
dall'orda dei rivoli e da menzogne
d'ascisse verità, dal giocarsi
il pathos dello scempio (la sicurezza
eccelsa dell'impaccio) dall'oscillar
d'incognite spicosi (immagini dell'imput)

Il silenzio:
Conosco le fasi degli avelli,
il frale struggimento delle tibie
e le galassie domo dentro al blip.
Resto su rette e gli angoli li aggiogo.
Copro e consono e dico non dicendo.

Cassandra:
Voce perdo e divengo silenzio dentro al tono
che non creduta urlante sono muta e m'agito
negli occhi e sulle dita ho un gioco di morse.
Devo attizzar di mura almeno la paura

Il silenzio:
Glaciale brillo alieno in solitudine,
rimbalzo nei dirupi la certezza,
ciò che non può accadere.
Sono sull'erte, la svolta, il cambiamento

Cassandra:
La voce che grida l'attenzione del vuoto
ti traduce ed io quel vuoto sono dove l'oscuro
è nuovamente suono e la tua voce assorda
la mia assenza che l'incomunicanza
è nella retta che passa l'orizzonte,
che s'alza in esplosione di pietre
dentro al moto, che spezza del valico
l'immoto al successivo incombere
e l'urgere del tonfo è il terrapieno
zeppo del vecchio nel rinnovo, immutabile
stilla del suo comportamento.

Il silenzio:
Ed io son tu che gridi non udita,
son la tua bocca attonita,
lo svanire del vano nel concreto.
Io solo resto, in fondo ad ogni suono.
Io solo, oltre ogni dire.

Filemone e Bauci

Filemone:
Tronco quercia sono le verba adesso
che m'addosso e mi freni

Bauci:
Sì, qui mi trovo nel tiglio
e riposo richiami e sparirmi vorrei
nelle mie zolle

Filomene:
Deificazioni. Piango ancora
la sorte dei compagni
annegati in pantani

Bauci:
Lamento la capanna cuore d'anni,
la vetustà in simbiosi,
l'operose faccende.
Ora staticità

Filomene:
Si celiava nel passato dei teli,
nel fuoco d'una terra di cotti,
comunità di gesti che elargiva fusioni

Bauci:
Per l'ospitalità la nostra volontà
s'è svalutata e impotere (potere)
è farsa (falso) aggiungersi domande:
che scelta? che volere? Nel fulgersi
a giovare le Potenze assentiamo nolenti
e son colonne e templi, fratture di doglianze

Filomene:
A che prezzo, sommersi allo sbatter di porte!
I motivi? Il furore dei lampi.
Quel fulgor d'un encomio ci fa estranei e scontrosi

Bauci:
Dalle pagliuzze e foglie,
ai legni più odorosi, le vicinanze,
siamo custodi a Logge e le parole sole
ci consolano avanzi

Filomene:
E son venute lunghe scalinate,
il freddo delle pietre, una fiaccola sola,
e noi più soli. In sconfinato errore
d'accoglienza ignorarsi e nel breve tragitto
fummo affetti ed ora due esiliati
e neppure il flussare nella terra

Bauci:
Lo splendore ci assenta. Quotidiano
contatto più sovrano è l'essere.
Nel tempio fu scempio di noi
e neppur morte ma supremo
vegliarsi dentro ai tronchi

Filomene:
Ancor voglia del perduto legame
nel cocciuto saper quel che ci occorre,
quando noi in quel niente fummo sommi

Bauci:
L'obbedienza risponde dentro al tuono
e le saette guuizzano da Dei.
I temporali addensano acquitrini
e i voti e le parole s'annullano
in fragori.

Filomene:
L'apparente, l'esterno levigato
sopra scorze son nocchie di rimorsi

Bauci:
lo stravolto insistere d'esistere
è voluto da Dei e nostra volontà
(l'arbitrio) è dubbio

Colombina

Ciarliera che spiuma
di polvere le frange
sulla diretta punta
della lingua, s’accampa
nel candore del grembiule
e licenziosa in grazia
d’empatia combina
e riscombina. Confetti
sono l’epilogo e i concetti
son parenti del sale
nel regno delle teste di legno.

Brighella

Candida e verde
la briga che intriga
spudore e l’umore
s’impara nel gioco del gusto.
Lo sciocco che tela
s’attiene a saperci cadere
e l’epilogo strano colpisce
il colpevole

Arlecchino

Getto di petto, spigolo dell’anca
piroetta lo sparlar d’angolo
sul salato forbirsi dei tranelli.
La marionetta scapita ragioni
nel lato del sapere o non sapere
gli avvenimenti delle conclusioni.

Par olè parole
in vece paro le
orlape lorape praole
praleo prolae praole
orapel plaroe che così
disfatte e fatte
ne divengon rappe di chine
smonti di trambotte
vessilli e batticuore
sopra, più alte, (sole)
al fattonar dei…fatti!

La Marionetta

Se io svolassi o vibrassi
i miei perché avrebbero
risposte nel Divino
(sublime ai punti fermi)
potrei fondarmi diritto d’individuo
o in metempsiche assorta alle magie
scoprire segni di destino
s’io avessi una fede qualsiasi
che non sia quella presente e naturale
nel giudicarmi cellula galattica
mediterei domande che partono da me.
Invece io che sono fuori di me
sono il gatto degli occhi
son le zanne d’avorio
sono il calor di piagge e il maremoto
son l’orrido e la nota che frange l’assoluto
il crac d’un ghiacciolo quasi muto, una vetta,
un nocciolo, la galassia lattea, il buco nero,
il mistero d’un carattere cocciuto.
Qui, nello stetto, rispondo al risaputo
mentre aspetto prodezze
nel disegno fuori dal centro
fuori da parole.

Il Cavaliere nero

L’ombra protagonista alternativa
che proclive si lancia dibattuta
gualdrappa di feluca, scurità
divampa nella piena dentro all’elmo
e copre un volto nel tempo innumerevole
ravvolto nello stesso

Labirinti cadenzano catene
e sugli attenti si sciolgono nei passi dei percorsi
stratomiche atmosfere.
Strade di lune nuove l’alchimia delle nebbie.

Non imparare d’impari l’altrui volteggio.
Il tuo, piroetta fuori dalla rotta. Governarlo
è.

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Da "LA NAZIONE" di Firenze del 20/03/1999
Spettacoli all' interno delle case private
Dove andiamo a teatro questa sera? Prima in cucina poi in camera da letto

Non è nuova l' idea del "teatro d' appartamento", degli spettacoli di prosa presentati in salotto, o comunque all' interno di abitazioni private. Magari offerti dai padroni di casa ai loro parenti e amici, per una serata davvero "speciale" e diversa da tutte le altre. Più originale ancora, però, l'idea di Liliana Ugolini, scrittrice e poetessa fiorentina che tutti conoscono negli ambienti letterari, che ha pensato di organizzarsi in casa la rappresentazione di un suo lavoro creato per il teatro, Marionetteemiti, tratto dal libro Il Palco dei Pupi (vincitore del premio Esuvia). Sono così le stanze di casa sua, dal salotto alla cucina, dalla camera da letto alla stanza da bagno, ad ospitare le differenti scene - stazioni dello spettacolo realizzato dal minigruppo Teatro da noi, composto dall' attore-regista Gianni Marrani e dall' attrice Rosanna Gentili. Invitati alle recite di questa rappresentazione domestica (che ovviamente è a ingresso libero) erano, in origine, conoscenti e amici della Ugolini, e personaggi del mondo artistico, culturale e letterario. Ma la voce sta girando, e la scrittrice si ritrova... costretta ad organizzare in casa propria sempre nuove repliche di Marionetteemiti. La prossima è domani alle ore 16,45: poi si riprenderà in aprile, dopo la pausa di Pasqua (la prenotazione è indispensabile per evitare che la casa degli Ugolini venga invasa da aspiranti spettatori oltre i limiti del possibile).
Marrani e la Gentili si sono costruiti un percorso loro, in gran parte originale, autonomo, sia come interpetrazione che come traduzione scenica, all' interno della scrittura di Marionetteemiti, fatto di testi poetico-teatrali tutti brevi ma estremamente complessi e densi sia sul piano concettuale che del linguaggio.
Francesco Tei

giornale UNIVERSITA' DELLA CALABRIA del 14/01/2003
Marionetteemiti (breve sentiero per un labirinto)

Qundo la poesia diviene corpo.
IL 14 Gennaio 2003, l' Università della Calabria ha avuto il piacere di ospitare, uno spettacolo teatrale "Marionetteemiti", tratto dal libro omonimo (Edizioni Vesuvia) di Liliana Ugolini, dove il gioco, ambiguità, innocenza e tragedia descrivono alla perfezione l' arcano "filo" che muove il nostro corpo, la nostra mente, la nostra coscienza.
Il testo poetico/teatrale della Ugolini, (nata nel 1934 a Firenze e ivi residente), fa parte di quel teatro da appartamento che va di casa in casa o girovagante per strada.
Le prime 12 rappresentazioni sono state a casa della stessa autrice, per poi approdare in altre case di scrittori e artisti fiorentini e in molti teatri della Toscana e non solo, per le sue molteplici pecularietà intrinsiche.
Un teatro sperimentale e d' avanguardia, portatile e libero da ogni condizionamento, che de-costruisce le caratteristiche della messa in scena, per poi creare una nuova struttura/scrittura "adattabile" in versi che si sublimano in poesia e la poesia diviene corpo.
Versi che la stessa Ugolini dichiara "un pò difficili per il teatro, ma comprensibili attraverso la splendida interpetrazione e mimica delle due bravissime attrici".
Marionetteemiti è un rapido percorso sulla condizione umana, che interpella il Supremo Manipolare, in un opera multicolore e carica di personaggi preteiformi, come i costumi e le scenografie, dove Gianduia, Brighella, Colombina, Arlecchino, il Cavaliere Nero, tante altre marionette e un buffo clown che piangerà una lacrima gentile; mostreranno nel capitolo finale, i loro innumerevoli volti celati nelle maschere.
Tuttavia ci sarà anche il freddo Tanathos -morte- che "penetra" nell' Eros - amore attraverso l ' alienazione di un rapporto fatto a pezzi e inappagato dalle macchine, artefici dell' Enigma, "ouverturer al ritorno delle figure della Commedia dell' Arte.
Un' opera corraggiosa, ammirevole e attraente, come ha espresso la stessa Matilde Tortora, docente di Storia e Critica del Cinema presso questa stessa Università, e naturalmente presente alla rappresentazione: « il ritmo di un verso, reso con il corpo, con la danza grazie alle valenti attrici, non mi hanno permesso di soffiarmi il naso - sorride - o scattare una foto, per non perdere un solo attimo, di questa incantevole poesia!».
David Campanella