TUTTOTEATRO

Tuttoteatro

IL LIBRO DEL MESE a cura di Marcello Isidori
Tuttoteatro
di Liliana Ugolini
Editrice Joker 2008

Il volume raccoglie la produzione teatrale di Liliana Ugolini, poetessa nota per la sua ricerca interdisciplinare tra teatro e poesia. Si tratta di lavori poetici messi nello spazio alla ricerca di una teatralità del verso poetico. Utile ed esplicativa la prefazione di Sandro Montalto sulla originalità di questa esperienza drammaturgica a cui fanno eco, in conclusione di volume, gli articoli della stessa autrice dal titolo "Teatralità della poesia e poeticità del teatro" e soprattutto "La scrittura in scena" in cui la Ugolini pone 10 domande a quattro autrici proprio sul tema che lei ha sviluppato con le sue opere: il rapporto tra teatro e poesia.

dalla Prefazione di Sandro Montalto

Quello di Liliana Ugolini è un nome noto a chi si occupa del territorio di ricerca tra poesia e teatro, quella zona affascinante che coltiva il potere multiforme e svelante dell'oralità senza tuttavia investire i versi di un potere che non hanno, senza cioè snaturarli e violentarli. Il problema dell'oralità è vasto e complesso, e non è questa la sede per approfondirlo. Occorre però lanciare un grido d'allarme di fronte al proliferare di reading di poesia nei quali il verso è assoggettato all'istrionismo del lettore, o al palato spesso del pubblico, mentre la musicalità interna e peculiare del testo poetico (quando c'è) viene del tutto stravolta, e passa l'idea di una poesia come stampella per non si sa bene quale "espressione" umana compromessa in realtà con la spettacolarizzazione.
Fortunatamente vi sono scrittori interessati a qualcosa di ben diverso: alla parola che in sinergia con altre arti ed espressioni si fa teatro, alla parola non spettacolarizzata ma che concorre allo spettacolo. Il tutto in testi che non sono canovacci ma opere compiute, spesso cucite su figure del mito (materiali con i quali costruire una rappresentazione del mondo e del sé, la quale è sempre e per forza una interpretazione). E soprattutto, con alle spalle una concezione di poesia non come vaga poeticità, espressione puerile di sensazioni illanguidite o edulcorate (come è in molta poesia, dobbiamo purtroppo dirlo, soprattutto femminile), ma come espressione a suo modo civile, partecipe, sociale, consapevole della storia, ancora una volta ancorata all'idea della poesia classica, per sua natura legata all'oralità e dunque teatrale in un modo sideralmente lontano dagli istrionismi contemporanei.
Tutto questo, beninteso, non significa che la Ugolini non sia una poetessa, anzi: nasce poeta e scrive opere che vivono sulla pagina, dotate dei caratteri tipici della poesia scritta, fin dalla prima opera Il Punto pubblicata come autoedizione nel 1980, i cui testi sono palesemente interessati alla disposizione sulla pagina, al ritmo del verso che ovviamente non coincide con quello della lettura, e si basano anche su allitterazioni e assonanze distanti alcuni versi e dunque fatalmente volatili alla lettura a voce alta… Eppure già in quei testi si registra una attenzione al parlato: «Elettrizzato / annuncio di godimento / in fretta / ordina, / allinea, / raccoglie / un ooooohh! / di bocche piene». I temi, poi, sono già alcuni di quelli che diverranno preponderanti: gli affetti (soprattutto la madre), il viaggio con riflessioni sul paesaggio come specchio dello stato d'animo, la denuncia della guerra e l'interagire delle forme di espressione. [...]

Per maggiori riferimenti:
Edizioni Joker – Novi Ligure (AL)
www.edizionijoker.com

Nel mondo culturale(ma anche dello spettacolo, che non è sempre sic et simpliciter= cultura) italiano s'è creata, negli anni una diffidenza di fondo verso il teatro poetico, quasi il teatro debba essere altro dalla poesia. La poesia a teatro, in Italia, ma non solo, non è molto amata, tanto che qualcuno ha coniato-fatto vigere per decenni l'infausta definizione(oggi per fortuna un po'in disuso)di"teatro di prosa", dove, per ironia, anzi a mo'si sberleffo, verrebbe da dire"teatro di posa": Da qui la diffidenza, conclamata nelle nostre proposte teatrali(salvo pochi, anzi pochissimi coraggiosi), nei confronti di autori come Federigo Tozzi(sì, scrisse anche teatro, anzi né banale né poco), Alexander Blok, grande simbolista russo, Maurice Maeterlinck, poeta-autore teatrale fiammingo, anch'egli d'impronta simbolista, Aldo Palazzeschi, Giovanni Testori(per taluni sembra non sia mai esistito...!), Pier Paolo Pasolini ed altri; persino un autore iper-rappresentato come Pirandello, per certi suoi testi, era stato/tuttora viene ostracizzato. Ora, con la pubblicazione di"Tuttoteatro"di Liliana Ugolini, Novi Ligure, Joker, collana Panopticon, l'autrice fiorentina, peraltro pluri-rappresentata, vede pubblicate le sue opere poetiche, ma sempre adatte alla scena, composte negli anni 1990 e 2000.Testi brevissimi, talora, altre volte di dimensione ben più"corposa", tutti estremamente adatti alla preminenza del Verbo, e della parola, ma altrettanto attenti anche agli altri segni del teatro:danza, movimenti, mimica, luci, musiche, scenografia, oggettistica(sempre giustamente"minimalista") etc. Un teatro di pensieri, come di sentimenti, sensazioni, emozioni, come anche un teatro volto alla spiritualità, ma non meno anche alla concretezza, pur se per allusioni ed efficaci ellissi, dove appunto sono tra le figure retoriche e poetiche più efficaci(non mancano mai, ma senza alcuna tendenza agit-prop, i riferimenti ai drammi e alle tragedie dell'oggi, quali guerre, carestie, sfruttamenti vari)a"dare il la"ad una creazione poetico-spettacolare, senza peraltro esaurirla. Chiare le tracce della lezione delle avanguardie storiche proto-Novecentesche(dopo, diceva Baldacci, non c'è granché, in realtà, salvo qualche clamorosa eccezione)in particolare a surrealismo(i jeux des mots e non solo), futurismo(la spezzatura e gli"improvvisi"in scena), dadaismo. Ma ciò non toglie, anzi rafforza l'autonomia creativa dell'autrice, capace di essere pienamente padrona della parola e della scena. Evoca i grandi archetipi(Eros e Thanatos, per dire), ma non solo(le eroine tragiche, ossia, per meglio dire, le protagoniste di alcune grandi tragedie greche, quindi altri emblemi, altri archetipi, se si vuole, ma non solo dell'"eterno femminino"), guardando a Palazzeschi, con prudenza, ma soprattutto al dopo, al teatro del domani, che in parte(se pure solo in nuce)è già in atto oggi. Fissare in volume certo teatro può essere limitativo, quasi si bloccasse in moviola un film;non nel caso della Ugolini, il cui teatro è per eccellenza incentrato sulla parola, pur con l'accennato uso di tutti i segni designanti il teatro. Fiorentina, la Ugolini scrive un teatro in italiano perfetto, senza alcun uso del"vernacolo"(sempre ammesso che il fiorentino non sia di per sé=italiano).
Eugen Galasso

Liliana Ugolini - Tuttoteatro di Stefano Lanuzza dalla Rivista Edison Square di Firenze

In allusiva dialettica con la stabilizzata forma mentis della poesia come scrittura o codice autonomo, sono votati alla performance scenica i versi di Liliana Ugolini costantemente pervasi da una volontà di relazione sociale - di comunicazione o 'conversazione' - che li fa metamorfosare in commedia ludica, danzante teatro puparo, farsa surreale dai risvolti psicodrammatici.
Vitalizzato da una mite quanto inalterabile ironia, il discorso dell'autrice vuole affermare le valenze primarie della phoné, cioè del 'suono' che, concretizzato in armoniche parole-azione, dà luogo al rito collettivo dell'evento teatrale. Un evento che rinnova la fiducia nella poesia come occasione d'incontro, esperienza 'recitante' o atto partecipativo; e vorrebbe riaffermare la primogenitura o il primato 'storico' dell'oralità sulla vincolante forma gutenberghiana.
Trasposto dallo spazio 'chiuso' e tutto soggettivo della pagina scritta verso l'emozionale contesto pubblico, il copione poetico punta, in un crescente fluire sonoro, ad affrancarsi dal modulo tipografico-letterario e si apre, si dissemina e frammenta in una più vasta gamma di possibilità espressive.
S'apre il sipario ed ecco - sul palcoscenico d'un teatro prima 'da camera' e dopo itinerante a tutto campo - la "marionetta": un 'pupo' pirandelliano che, a coprire il vuoto d'identità, indossa la 'maschera' della propria "anima burattina" talora errante per i luoghi ricchi di memorie d'una Firenze alfine fantasmatica e sognante.
Ecco il dipanarsi delle vicende femminili d'una processione d'"imperdonate" vestite di rosso e dalle labbra sbavate di rossetto, di donne vindici contro un Don Giovanni sorvegliato dal Convitato di Pietra.
Ecco due nere figure con bianche maschere veneziane, convenute per "il Carnevale della vita". Ecco, in pantomima, la "bambola-bambina" dai capelli rossi che disegna il "ritratto-caricatura" degli spettatori; o l'"Omino Nero", evocante il palazzeschiano 'omino di fumo'. Indaffarata, reca un appendiabiti carico di costumi dalla foggia antiquariale che la "Costumista" - un'Orchessa, una "grossa Barbona", forse la Parca rappresentante il Tempo mortale/immortale - appende a grucce ondeggianti a un vento di tregenda.
Tutt'intorno, metafisici, dechirichiani "manichinini vuoti" accompagnati da musiche di violino, echi di risate, tuoni, cinguettii di uccelli, vagiti di neonato... Finché appare l'Attrice - ombra orfica d'una Penelope, Andromaca, Ecuba o Lady Macbeth -, incinta e in preda alle doglie. Che fa, partorisce… una marionetta?!
Bando ai simulacri autoreferenziali della poesia lirica, inadeguata a riconoscere la linea di continuità fra il genere orale e quello scritto, poeta e attore di poesia che vuole contraddire l'isolamento romantico e uscire da se stesso è alfine un antropomorfico, paradossale… "Muro": desideroso di uscire da sé e monologante, da un profondo fondale di teatro, la propria storia. È stato muro di piramide, di cantina e catacomba, corridoio, castello, bunker, vicolo, lavatoio... Muro multimediale, radicato nelle città e nelle necropoli, in chiese, altari, prigioni. "L'essenza" conclude "è che io nacqui con l'uomo", questo muro di se stesso ma risonante di respiri, affanni, soffi, rantoli, ansiti, aneliti, ritmi musicali, voci di poesia.